Braida Copetti a Premariacco

Apre “Scultura del Novecento. Mostra en plein air”.

Parco Sculture Italia

Da giovedì 11 giugno a domenica 5 luglio 2020 il Parco Sculture “Braida Copetti” di Premariacco, alle porte di Udine riaprirà dopo il lockdown con la mostra: “Scultura del Novecento. Mostra en plein air”. Cinquanta sculture internazionali, tra inediti e collezione permanente, in un percorso esclusivo che unisce arte e natura. Ingresso gratuito.

«Le gallerie d’arte sono la maggior parte delle volte spazi chiusi e quindi in questo momento ancora penalizzate. Il nostro vuole essere un segnale di ripartenza in nome dell’arte, per il territorio friulano e non solo. Nella Braida riusciamo a rispettare le regole e sfruttare la bellezza delle sculture e del territorio circostante.» Giorgio Copetti

La Braida Copetti (cliccare qui per l'approfondimento), inaugurata nel 2018, è un parco di due ettari che ospita venticinque grandi sculture di artisti internazionali. In occasione della mostra “Scultura del Novecento. Mostra en plein air” le opere totali saranno cinquanta: a quelle stabilmente presenti saranno aggiunte altre sculture di piccole e medie dimensioni degli stessi ed altri autori.  

Scultore internazionale Dušan Džamonja a udine

La collezione permanente comprende maestri friulani sia del ‘900 (Mirko Basaldella, Marcello Mascherini, Luciano Ceschia), che contemporanei (Nane Zavagno, Angelo Brugnera, Gianpietro Carlesso); scultori italiani e internazionali come Giacomo Manzù e Dušan Džamonja. A questi si aggiungeranno grandi nomi del Novecento, tra cui Mario Negri con Grande grembo, Gran personaggio, Tutta una vita insieme, opere portate ad ArteFiera 2020 (leggi approfondimento qui), le Pietre sonore di Pinuccio Sciola, il Ritratto di Guttuso di Antonietta Raphaël, la Fioritura di Alik Cavaliere, scultore che nel frattempo è entrato a far parte della scuderia di Copetti Antiquari.

Il connubio fra arte, alberi, colori, luce e ogni altro elemento della Braida è totale. Il parco è un punto di osservazione inedito: non uno spazio chiuso ma aperto all’orizzonte, con colori e profumi di alberi e piante selezionati con cura, e opere che “abitano” il verde: un racconto a tre dimensioni. Nei dintorni del parco abbondano paesaggi rurali. La visita alla Braida Copetti è anche l’opportunità per allacciare un rapporto con la natura e la storia dei territori, per scoprire un angolo di Friuli ricco di storia, di natura, di piccoli borghi fuori dai grandi circuiti, ma anche città vicine come Udine, Pordenone, Trieste, ideali per allungare la gita fuori porta all’inizio dell’estate.

Braida Copetti a Premariacco

INFORMAZIONI

Quando: da giovedì 11 giugno a domenica 5 luglio 2020

Orario di apertura: giovedì e venerdì dalle 17:00 alle 20:00; sabato e domenica dalle 10:00 alle 12.00 e dalle 17:00 alle 20:00.

Visite guidate su appuntamento, tutti i giovedì: 11, 18, 25 giugno e 3 luglio.

Prenotazioni:  è consigliata la conferma della presenza via email a info@copettiantiquari.com o al numero 392 5598729. 

 


Iron Tapestry, 1967, ferro e legno dello scultore DŽAMONJA,

Dalla grande Moschea ai tapestry. Innovazione e sperimentazione in Džamonja

 «Ci siamo incontrati a Trieste nel 2004 presentati da un amico comune. Džamonja era all’apice del successo, a suo agio nella città di frontiera e soddisfatto di quella mostra antologica. Lo conoscevamo bene come artista e ci aveva da sempre colpiti. In quell’occasione abbiamo potuto conoscerlo anche come uomo, ed era un uomo tutto d’un pezzo: nell’atteggiamento, nelle parole, nelle opere, esprimeva tutta la sua grandezza. Impossibile non restarne impressionati.» Massimo Copetti

Dzamonja Grande Moschea 1985 legno
DUŠAN DŽAMONJA, “The Big Mosque”, 1985, legno

Il modellino della moschea di Bagdad, The Big Mosque del 1985 è uno dei pezzi più originali della raccolta che Copetti Antiquari mettono a disposizione dei collezionisti e degli appassionati d’arte. È un’opera di Dušan Džamonja (1928 – 2009), artista di respiro e fama internazionale, le cui opere sono esposte alla Peggy Guggenheim Collection di Venezia, alla Tate Modern di Londra, al MoMA di New York, ma poco si trova nel mercato dell’arte.  The Big Mosque proviene dalla collezione degli eredi dell’artista. È una scultura in legno fossile, materiale già di per sé esclusivo: si forma per una coincidenza di fattori e tra le mani dell’uomo acquista il valore della sua creatività.

Džamonja è uno sperimentatore ed un innovatore, ci ha lasciato disegni, sculture, opere monumentali. È sperimentatore quando usa materiali tradizionali in modi nuovi: il cemento, meno costoso nel difficile dopoguerra e più adatto ai suoi scopi, il metallo, vetro, legno, chiodi, reti, combinati con bronzo, corten, alluminio, acciaio. Innovatore quando studia luce e spazi vuoti nel rapporto tra interno ed esterno dell’opera d’arte, in particolare nelle architetture. The big Mosque è un modellino in scala di un’enorme moschea che non fu mai realizzata a Bagdad, a causa della crisi Iran - Iraq negli anni Ottanta del secolo scorso. Quello della moschea è un tema che ritorna: il modellino ricorda il grandioso Centro Islamico di Fiume che porta la sua firma, insieme a quella degli architetti Darko Vlahovic e Branko Vucinovic. La moschea di Fiume, iniziata nel 2009, è la terza in Croazia ed è considerata la più bella d’Europa. Finanziata dai fedeli musulmani croati e in parte dall’emiro del Qatar, ha 5.291 metri quadrati complessivi, fontane, una piazza in travertino che ha “il colore della sabbia del deserto”, un minareto di 23 metri e sei cupole monumentali.

L’architettura per Džamonja si esprime molto nei monumenti commemorativi dedicati a tutte le vittime delle guerre senza distinzioni: sul monte Kozara in Bosnia- Erzegovina, a Zagabria, a Šid in Serbia, l’Ossario di Barletta in Italia, i monumenti per i campi di Dachau e Auschwitz. Le guerre le ha vissute e lo hanno toccato profondamente, lui che, nato in Macedonia da una famiglia di origini erzegovesi, mescolava su di sé etnie e popoli. Džamonja vive nella nella Croazia del dopoguerra (Zagabria e Vrsrar), vince molti concorsi pubblici e attraverso l’architettura esprime il valore e il compito pubblico dell’arte. «Un monumento deve avere uno scopo, ed è per questo che personalmente amo il Memoriale: deve servire affinché non si dimentichi e quanto raccontato non accada più.»(*)

Iron Tapestry, 1967, ferro e legno dello scultore DŽAMONJA,
DUŠAN DŽAMONJA, Iron Tapestry, 1967, ferro e legno

Džamonja, fu anche scultore di peso. Le prime sculture in legno erano figurative, poi si spostò verso la semplificazione delle forme e l'astrazione, anche per l'influenza del lavoro di Henry Moore, che a sua volta nutriva grande interesse per la sua arte. Verso la fine degli ani Sessanta l’evoluzione artistica lo porta verso i tapestry, tappezzerie in filo metallico e altri materiali, che sono la cifra stilistica più conosciuta di Džamonja. Con i tapestry, di cui i Copetti ne posseggono uno del 1967, egli raggiunge importanti musei internazionali.

«Dopo aver realizzato l’anima della scultura in legno, la ricopriva con chiodi di ferro ben piantati; infine alla struttura interna veniva dato fuoco affinché rimanesse solo il “guscio” esterno di inserti metallici. Opere come questa resero Džamonja un innovatore per la sua capacità di valutare luce e spazi vuoti nel rapporto tra interno ed esterno dell’opera d’arte.» (**)

Iron Tapestry, 1967, non ha nome ma una sigla; il termine tappezzeria lo usa lo stesso artista parlando di un'opera del 1977 del museo di Jasenovac «realizzata con tronchi di legno, disposti orizzontalmente e intrecciati su di un piano, tipo una tappezzeria, di catene di ferro.» (*) Le catene ricordano quelle dei soldati, il legno le loro ossa. L’arte non è mai disgiunta dal reale e dalla storia.

Iron Tapestry fu portato dai Copetti alla 42esima Fiera Internazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Bologna nel 2018 (qui il video). Altre opere di Dušan Džamonja si possono vedere nel Parco Sculture Braida Copetti, nel parco sculture alle porte di Orsera voluto dallo stesso artista e ora gestito dal figlio Fedor, e in prestigiose collezioni. Dalla prima Biennale Internazionale d’Arte di Venezia del 1960 che gli diede notorietà (l’opera esposta a Venezia fu poi portata al MoMA), il percorso per Džamonja fu inarrestabile. Partecipò a quattro Biennali, prese parte a mostre personali e collettive, vinse premi e riconoscimenti; le sue opere sono conservate in collezioni museali in tutto il mondo e le sue interviste sono così interessanti che vale davvero la pena conoscerlo anche come uomo.

 

Anna Romanin

 

La mostra a cui si fa riferimento all'inizio dell'articolo è "Dusan Dzamonja – Sculture, disegni, progetti", 2004, Scuderie del castello di Miramare

(*) dall’intervista "L'arte di Dušan Džamonja" di Andrea Rossini e Nicole Corritore. https://bit.ly/2X5flD0

(**) dal sito muzejporec.hr

 


Stele seconda Mirko particolare

Arte e 3D: l’esperienza emozionale che guida fruizioni e vendite

LE POTENZIALITÀ DELLA TECNOLOGIA A SUPPORTO DELL’ARTE SONO AMPIE E IN CONTINUO DIVENIRE. L’HA CHIARITO LA SERRATA DEGLI ULTIMI MESI, QUANDO L’INTERESSE PER L’ARTE È AUMENTATO E L’UNICO MODO PER FRUIRNE È STATO VIRTUALE. L’ESPERIENZA REALE CON UN’OPERA D’ARTE RESTA INSUPERABILE, MA ABBIAMO SCOPERTO CHE DAVANTI A UN 3D CI SI PUÒ DAVVERO EMOZIONARE.

“Per quanto ne sappiamo ad oggi l’esperienza di realtà aumentata è la più avanzata che esista nel mercato dell’arte.” Cit.

Mirko Basaldella Totem in legno1961
Mirko Basaldella, Totem, 1961, legno

In tempi di isolamento da Covid-19 la tecnologia ha impattato profondamente il quotidiano. Come tutto, anche l’arte ha potuto essere fruita solo virtualmente. Fruizione deludente? No, perché grazie alle esperienze immersive di realtà virtuale e 3D abbiamo scoperto e studiato opere d’arte, percorso virtualmente musei dall'altra parte del mondo, attraversato siti archeologici in pochi clic. Tutto questo mantenendo una certa componente emotiva.

La fruizione emozionale dell’arte con il 3D e la realtà virtuale – già dai tempi della App di Google Art & Culture – è data da applicazioni che uniscono contenuti multimediali al mondo reale. Alla realtà ripresa con la telecamera dello smartphone vengono fotomontati elementi interattivi che non esistono, ma che ci danno l’impressione di vedere e avere una dimensiona tattile pressoché reale. Se oggi riusciamo a passare dalle sale dell’Hermitage a quelle del Louvre, visitare una mostra, collocare in tempo reale una tela nel soggiorno di casa, posizionare una scultura davanti a noi e muoverla, è grazie ai passi da gigante compiuti dalla tecnologia digitale.

La scultura e il 3D: il lavoro di Mirko Basaldella

Si è molto parlato dell’importanza del 3D per i musei e poco per il collezionismo. Nel mercato dell’arte il 3D invece può supportare le esperienze di acquisto, perché si riesce a mostrare la collocazione virtuale di un’opera in un museo, in un casa o in un giardino con le esatte proporzioni, potendola pure muovere nello spazio.

L’esperienza 3D in particolare è significativa se applicata alla scultura, perché permette di rappresentare la terza dimensione, la profondità. Ed effettivamente la tecnologia 3D è stata adottata da Copetti Antiquari nelle ultime fiere, dove due imponenti sculture di Mirko Basaldella sono state presentate con una modalità del tutto inedita. "Totem" e "Stele Seconda" sono state esposte alla Biennale internazionale dell’Antiquariato di Firenze, ma erano presenti anche a Flashback di Torino e del 2019 e ad Artefiera di Bologna, sebbene non fossero fisicamente presenti nello stand: dallo schermo di un tablet era possibile vederle e posizionarle nell’ambiente, con le esatte proporzioni e in alta risoluzione grazie al 3D.

3D e realtà virtuale supportano il lavoro dei Copetti, abituati da sempre a consigliare e seguire le trattative di acquisto personalmente, fornendo anche consigli sulle collocazioni delle sculture. E diventa di grande vantaggio proprio quando si parla di opere pesanti e di grandi dimensioni, non semplici da trasportare e ambientare.

Stele seconda Mirko Basaldella
Mirko Basaldella, Stele seconda, 1957-59, bronzo

Kjosul e il progetto delle sculture 3D di Mirko Basaldella

"Stele seconda" (1957-59) è una scultura in bronzo di Mirko Basaldella alta due metri e mezzo, che non può essere spostata agevolmente dalla Braida Copetti, il Parco Sculture alle porte di Udine dove si trova a dimora. Anche il "Totem" in legno del 1961 – appena rientrato da Terni, dove è stata esposto nella mostra Immaginaria. Logiche dell’arte italiana dal 1949 - supera i due metri di altezza. Per entrambe le opere è stata utilizzata la tecnologia della realtà aumentata con l'alta definizione che Kjosul riesce nei propri lavori. Dalle fotografie acquisite in alta definizione, è stato dapprima ottenuto un modello tridimensionale ad altissima risoluzione, pari al vero, lo stesso successivamente è stato alleggerito per poter essere scaricato velocemente sui device mobili. La visualizzazione del sistema messo a punto da Kjosul non necessità di applicativi: sono sufficienti una connessione e un device recente. Grazie all’elevato dettaglio dei particolari l’utente finale ha l’impressione di vedere l’opera originale nello smartphone e nel tablet, e di navigarla in tutte le direzioni; è possibile ingrandire i particolari e, utilizzando la camera fotografica del device, proiettarla in grandezza naturale all’interno del proprio spazio, potendone così apprezzare tutti i dettagli nelle tre dimensioni.

Questo il link per vedere Stele seconda in 3D

Questo il link per vedere Totem in 3D

Accedendo ai link (e senza scaricare una App) con un semplice smartphone o un tablet, e cliccando sul logo "AR" in alto a destra, è possibile vedere le due sculture a dimensioni reali in qualsiasi spazio architettonico: dal salotto di casa al museo. In più l’opera d’arte è realmente vissuta perchè con Stele seconda e Totem si può realmente interagire e creare un rapporto di comunicazione visiva ed emotiva.

 

Anna Romanin


Luciano Ceschia, Gong da Hiroscima scultura bronzo

Luciano Ceschia: il rilancio di un grande scultore

VIAGGI, VITE ALTROVE, ESPERIENZE E I RITORNI IN FRIULI: LUCIANO CESCHIA È DISEGNATORE, CERAMISTA, SCULTORE, SPERIMENTATORE, CELEBRATO IN VITA MA IGNORATO DA CRITICA E MERCATO NEGLI ULTIMI ANNI. OGGI COPETTI ANTIQUARI SI SONO POSTI UN OBIETTIVO: RIPORTARLO NEL MERCATO DELL’ARTE TRA I MAESTRI DEL NOVECENTO, DOPO AVER CONDIVISO CON LUI PROGETTI, AMORE PER L’ARTE, MOMENTI CONVIVIALI. E UNA CERTA PASSIONE PER LA CERAMICA.

Luciano Ceschia, Gong da Hiroscima scultura bronzo
Gong da Hiroshima Fusione in bronzo, 1961 Diametro cm 90

Luciano Ceschia (Coia di Tarcento 1925 – Udine 1991) è per i Copetti un amore giovanile, nato ancora prima della omonima galleria antiquaria. Li avvicina il legame con la stessa terra di provenienza - come per Dino, Mirko e Afro Basaldella - e un rapporto personale. A metà anni Settanta, Giorgio Copetti incontra Ceschia nella “collina dei ciliegi” di Collalto, ed è colpito dalla vitalità del Maestro e dalle sculture in ceramica e ferro. Il rapporto tra i due si stringe. È del 1989 – 1990 il progetto “5x5=25”: cinque artisti friulani – Aldo Colò, Carlo Ciussi, Darko Bevilacqua, Tonino Cragnolini e appunto Ceschia – e altrettanti piatti d’artista. Misure, forme, dettagli, si decidono al desco, Giorgio cerca di metterli d’accordo intorno alla tavola. Momenti indelebili nella memoria.

Gli anni Ottanta in Friuli sono quelli del post terremoto, un clima di ricostruzione fisica e psichica. Sono gli anni in cui Ceschia è celebrato in Italia e all’estero, in cui scrive le memorie “Inverni e primavere” che saranno pubblicate postume nel 2004. Nel 1984 la Regione Friuli Venezia Giulia promuove la mostra itinerante a New York che ha il catalogo firmato da Enrico Crispolti. L’anno precedente l’assessorato del lavoro ed emigrazione regionale aveva organizzato un corso di scultura per figli di emigranti nell’atelier di Collalto. Luciano Ceschia era diventato punto riferimento per le giovani generazioni di scultori: si interessava a loro e meno al mercato dell’arte, così, alla morte, è agli eredi che spetta la catalogazione e la valorizzazione delle opere.

"Ceschia è protagonista –assieme ad Anzil, Zigaina, Pizzinato ed altri importanti artisti – del realismo del dopoguerra, è stato da un lato, e specie nelle celebri terrecotte, scultore di miti ancestrali, dall’altro, attraverso il passaggio informale, un attento osservatore del presente nelle sue contraddizioni e nelle sue speranze." (*)  

Lontano dalle mode, pratico, schivo quanto basta, in vita Ceschia gestisce le vendite in autonomia e non ha gallerie a sostegno. Nel 2018 Copetti Antiquari acquistano dalla famiglia una selezione di disegni e sculture: quaranta opere realizzate a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta. Questo consente il ritorno di Ceschia nelle fiere internazionali, ma soprattutto definisce il progetto preciso dei Copetti: riportarlo tra i grandi artisti del Novecento, anche oltre i confini regionali dove non è mai stato dimenticato. Nella primavera del 2019, Ceschia è prima tra gli artisti portati dai Copetti a Modenantiquaria e poi è il protagonista della mostra retrospettiva “Luciano Ceschia. Tra realtà e artificio”. Disegni, sculture in bronzo, ceramica e ferro esposti per due un mesi nella galleria di via Sarpi, nel centro storico di Udine, riscuotono successo. Il catalogo, a firma di Isabella Reale, si può richiedere direttamente ai galleristi, mentre qui si vede il video dell’inaugurazione.

ceramica di Luciano Ceschia scultore
Porta da Hiroshima
Ceramica policroma, 1962 cm 150x72

TRE OPERE DEL NUCLEO ACQUISTATO DAI COPETTI: LA PORTA E I GONG DA HIROSHIMA

Le opere, un pannello in ceramica policroma e due fusioni in bronzo, appartengono al decennio fecondo di Ceschia che va dal 1955 al 1965. Sono gli anni dei viaggi e dei premi prestigiosi, in cui egli vive il confronto con altri artisti. È anche il periodo in cui si compie il passaggio dal neorealismo al non figurativo. Il neorealismo friulano nato, nell’immediato dopoguerra, era partito proprio da Tarcento, paese natale di Ceschia, diventato punto di riferimento per la cultura friulana in quegli anni dove “convergevano i più importanti artisti, scrittori ed intellettuali della regione, da Giuseppe Zigaina a Pier Paolo Pasolini, da Ugo Canci Magnano a Elio Bartolini, da Tito Maniacco ad Anzil.” (***)

Il tema di Hiroshima non è casuale. Il disastro giapponese porta con sé profonde riflessioni e separa un prima e un dopo, nella storia dell’umanità e nell’arte di Ceschia. Abbandona il mondo della concretezza contadina, dei cacciatori, dei pescatori, dei partigiani, e il tema della guerra è svolto in chiave materica e quasi astratta. Oltre l’amata ceramica, che in Friuli ha una lunga tradizione artigiana, sperimenta impasti e fusioni - anticipati da studi grafici - e utilizza la ghisa, combinata con altri metalli, che meglio gli permette di rendere visivo lo sconvolgimento emotivo.

“La produzione ceramica di Ceschia bene si profila e si colloca all’interno della vivace stagione informale della ceramica italiana, cronologicamente collocabile tra la fine degli anni Quaranta e l’inizio dei Sessanta.” Isabella Reale

Porta da Hiroshima, Ceramica policroma, 1962 cm 150x72

Una Porta da Hiroshima, cotta a pezzi nel forno della casa-studio di Coia di Tarcento, fu premiata alla XXXI Biennale nel 1962 dal Ministero dell’industria e del commercio per la ceramica. Questa dei Copetti è una delle quattro versioni. La porta investita dall’esplosione nucleare rivela l’angoscia, ma anche la forza di Ceschia.

Gong da Hiroshima, Fusione in bronzo, 1961 Diametro cm 90

Esposte nelle famose mostre canadesi a Toronto e Ottawa nel 1983, le opere fanno parte delle sculture degli anni Sessanta in cui alla ghisa vengono incorporati metalli diversi, che “evidenziano il valore autonomo della materia, che nel brutalismo del suo enunciato e della sua trattazione, rilancia la barbarie dei temi affrontati.“ Con Gong, Dischi e Scudi, Ceschia si emancipa dal canone figurale, portandosi “in territori in cui forte è la tensione astratta che trova nella serie delle Sfere la sua più alta affermazione.”

Luciano Ceschia scultura in bronzo
Gong da Hiroshima (altra versione)
Fusione in bronzo, 1961 Diametro cm 90

(* ) "Luciano Ceschia", Pordenone, 2006 https://bit.ly/3cWYusq

(**) Massimo de Sabbata, "Dizionario biografico dei friulani"

(***) Isabella Reale, "Luciano Ceschia.Tra natura e artificio", Copetti Antiquari 2019

(****) "Luciano Ceschia", Aquileia 2012 https://bit.ly/2y5tfN7


Mirko Basaldella scultore

Il ritorno di Mirko Basaldella, Maestro del Novecento

RIPORTARE LE OPERE DI MIRKO BASALDELLA NELLE FIERE IMPORTANTI E NEL MERCATO DELL’ARTE (E RICREARGLI UN MERCATO); FARE ORDINE NELLA PRODUZIONE, SELEZIONANDO SOLO PEZZI UNICI. È STATA QUESTA LA SFIDA – VINTA PER PASSIONE – DI COPETTI ANTIQUARI NEGLI ULTIMI QUATTRO ANNI.

Copetti Antiquari conoscono il lavoro e lo stile di Mirko Basaldella (Udine, 1910 – Cambridge, 1969) da sempre, e con il tempo sono diventati un riferimento assoluto per chiunque sia interessato alle opere di questo grande Maestro del Novecento italiano. Stessa terra di provenienza, quella friulana, un interesse cresciuto negli anni che ha avuto il suo apice con l’acquisizione nel 2016 della collezione Zariski. Non solo. L’affaire Mirko Basaldella ha tracciato una strada importante, poi ripercorsa con altri artisti (qui gli approfondimenti di Mario Negri e Pinuccio Sciola).

Stele seconda, 1957/1959, bronzo

Nel 1949 Mirko Basaldella è un autore affermato, all’apice della notorietà come artista. Nel marzo di quell’anno a Roma viene inaugurato il monumento alle Fosse Ardeatine, considerato il primo monumento moderno dell’Italia repubblicana. Mirko aveva vinto il concorso per le Cancellate bronzee, lavoro che segnò “una svolta nella storia della scultura, non solo italiana”. Ripensamenti e modifiche sui bozzetti delle cancellate, l’avevano portato alla ribalta: ci fu qualche polemica pubblica ma anche “la presa di posizione di alcuni critici di fama nazionale, che si spesero per la sua attuazione”.

Mirko muore improvvisamente a soli 59 anni negli Stati Uniti, dove viveva dal 1957 come direttore del Design Workshop alla Harvard University di Cambridge. Non ha eredi diretti, mancano un archivio e un centro documentario, non viene fatto un catalogo generale. Le numerose opere si trovavano divise tra l’Italia e Stati Uniti, in musei, gallerie, collezioni private, e principalmente raggruppate in un fondo cospicuo che ne contava oltre seicento, quello del nipote Raphael Zariski (*), figlio di una sorella della moglie, Serena Cagli. La sua figura comincia gradualmente a sparire dal mercato.

Mirko è artista poliedrico, innovatore. La produzione artistica è particolarmente feconda. È sempre alla ricerca di nuovi stimoli, non si ripete mai, sperimenta materiali e scandaglia temi diversi tra loro, spaziando dalla Bibbia alla mitologia alla letteratura. Non produce in serie né segue le mode. È un artista difficilmente incasellabile ma dallo stile inconfondibile (tratto che condivide con Alik Cavaliere). L’acquisizione del fondo Zariski nel 2016 permette ai Copetti di rimetterlo in circolo in modo sistematico nel mercato dell’arte, nelle fiere importanti, nelle grandi collezioni, prima su tutte la Fondazione Prada che nel 2017 acquista "Sacerdote" (1967). Il sasso nello stagno è lanciato, il mercato inizia ad interessarsene, e loro ne diventano sostenitori e referenti, completando l’operazione con l’esclusione dalla produzione artistica dei multipli postumi che avevano inquinato il mercato, lasciando solo i pezzi unici, i soli che di fatto Mirko Basaldella abbia prodotto.

Mirko Basaldella scultore

A Firenze il Museo del Novecento nell’ottobre del 2019 dedica a Mirko il ciclo SOLO, che alterna i maestri del Novecento. Poche settimane prima nella stessa Firenze alla Biennale Internazionale dell’Antiquariato i Copetti avevano esposto Stele seconda, imponente scultura bronzea di due metri e mezzo, corredata per l’occasione da una riproduzione in 3D che permetteva di vivere online l’esperienza immersiva con la scultura.

«Mirko era spartito dai circuiti. La nostra è stata un’operazione commerciale e non solo, che lo ha rivalutato e poi riportato nei contesti importanti, nelle fiere mercato come Artefiera e la Biennale Internazionale dell’Antiquariato di Firenze. E’ stato un beneficio per tutti, per i musei e i collezionisti.» Massimo Copetti

 

“Stele seconda” (1957/1959, bronzo 252 x 46 x 37 cm), provenienza: Collezione Serena Cagli Basaldella, Raphael Zariski. La scultura è ora alla Braida Copetti, il Parco Sculture alle porte di Udine, ma si può "vivere" in un'esperienza 3D, realizzata in occasione di BIAF 2019 (****)

Qui l'approfondito studio di Isabella Reale

“Stele seconda” è una scultura monumentale di oltre due metri. È un esemplare unico e appartiene alla produzione americana, quando egli era “impegnato in una nuova intensa fase operativa e sperimentale a livello di materiali, ma anche alle prese con una ritrovata compattezza figurativa nei totem.” (**) Le opere monumentali iniziano nel dopoguerra, e alla fine degli anni Cinquanta “un nuovo materiale, lo styrofoam, materiale liquefatto con la fiamma ossidrica, poi modellato in forme rifinite in ogni dettaglio, stampigliandone le superfici.” (**) Negli ultimi anni la sua ricerca continua tra echi figurativi di suggestione totemica e forme astratte. Totem e idoli “provengono da un passato ancestrale e tuttavia si fondano su temi sempre attuali, comuni all’intera umanità”. (***)

Stele seconda è l’ultima scultura di dimensioni monumentali rimasta in possesso dei Copetti, che dispongono di numerose altre sculture e dipinti. Celebrato prevalentemente come scultore, Mirko Basaldella era anche abile disegnatore, che aveva frequentato la scuola Romana di Mario Mafai e Antonietta Raphael negli anni Trenta, e qui conosciuto Corrado Cagli, a cui rimarrà legato per tutta la vita per motivi famigliari e per affinità intellettive.

(*) I nipoti Vera e Raphael Zariski sono i donatori delle opere di Mirko Basaldella che si trovano alla Fondazione Guggenheim, tra cui il monumentale bozzetto per il cancello delle Fosse Ardeatine, 1949.

(**) Isabella Reale, “Stele seconda”

(***) www.museonovecento.it

(****) In occasione dell'esposizione al BIAF nel 2019, per Stele seconda è stata realizzata un'esperienza in 3D. Accedendo al link (e senza scaricare una App) con un semplice smartphone o un tablet, è possibile vedere l'opera d'arte in dimensioni reali in qualsiasi spazio architettonico reale: dal salotto di casa al museo. In più l'opera d'arte è realmente vissuta perchè con Stele seconda si può realmente interagire e creare un rapporto di comunicazione visiva ed emotiva.


Alik Cavaliere Fioritura in ferro e bronzo colorato 1967

Ironia e poesia: l’arte raffinata di Alik Cavaliere.

Realizzate a un quindicennio di distanza, le sculture Contadini (1952) e Fioritura (1967) indagano due temi cari ad Alik Cavaliere, artista entrato recentemente nella scuderia di Copetti Antiquari.

«Se Alik Cavaliere rimarrà sempre, e per tutti, un artista tra i più autentici (…) è anche perché i suoi sono gli occhi vergini di un bambino che non ha perso la capacità di meravigliarsi.» A. Schwartz *

Alik Cavaliere Fioritura in ferro e bronzo colorato 1967

Ha un sapore particolare parlare di Alik Cavaliere (Roma 1926 – Milano 1998), acquisizione recente e preziosa, che Copetti Antiquari intendono portare il prossimo settembre a Miart, di cui qui si approfondiscono due sculture, Contadini e Fioritura.

Non molto si trova sul mercato di questo scultore eclettico, lontano da mode e correnti, che ha un valore indiscutibile e buone quotazioni. È stato uno scultore prolifico che ha operato per oltre 40 anni, partecipando a numerose esposizioni, tra mostre personali e collettive. Prima allievo di Marino Marini all'Accademia di Belle Arti di Brera, poi subentratogli alla cattedra di scultura e infine direttore. A Brera lasciò un segno inconfondibile: sono sue eredità “la materia scabra e un modellato mosso e ruvido” in certi allievi e nella scultura milanese, dopo il periodo in cui avevano dominato i pieni e i volumi di Marini. **

Il Centro artistico Alik Cavaliere, museo dedicato all’artista, è il punto di partenza e il riferimento imprescindibile per conoscerne la storia e la poetica. Il centro svolge attività di archivio, fornisce garanzia di autenticità delle opere ed è fulcro di un’appassionata attività di divulgazione da parte della famiglia e degli studiosi.

Cavaliere è artista originale, continuamente rivolto alla ricerca e alla sperimentazione. Emana una poesia forte che ci tocca profondamente, e le sculture, come disse Raffaele Andreas, «rivelano un aspetto della realtà che non è comune dove un albero diventa l’albero della saggezza e dell’immortalità.» *** Sperimenta tutti i materiali, nessuno escluso. Scrive la figlia Fania: «di ogni sostanza cercavi la dignità, la logica celata allo sguardo.» **** Alik Cavaliere ha diverse fonti di ispirazione e non si ripete mai: non lavora in serie, esaurito un tema e una tecnica passa ad altro, in una produzione assolutamente originale e poliedrica. Alla domanda: Cos’è per te la scultura?, rispose: «Creare immagini. Immagini che partecipano al proprio tempo e lo indagano in molte direzioni, molto aperte e varie. Oltre a impegnare l’autore, rivolte verso un pubblico, anche immaginario. L’importante è lasciare ampio spazio alla fantasia in modo che il destinatario possa partecipare.»***

Scultura di Alik Cavaliere Contadini del 1952

Contadini, terra refrattaria, 1952

(qui scaricabile la scheda di approfondimento a cura di Luca Nicoletti)

I due contadini sono – come li definisce Schwartz - attori di una scena muta, in cui non ci sono né una denuncia della sofferenza dello sfruttamento del lavoro né il linguaggio retorico del realismo socialista. Nei Contadini di Cavaliere, realizzati in un materiale povero, la terra refrattaria, c’è introspezione e interesse alla psicologia dei personaggi. Se il soggetto può essere considerato neo realista, la logica con cui li rappresenta non lo è assolutamente. Quello di Alik è un indagare la persone e il temi privati più che i ruoli sociali. Al primo realismo figurativo, dal 1957-58 subentrano poi il “realismo umanistico”,  il ciclo dei Giochi proibiti che sfocia nella narrazione surreale delle avventure di Gustavo B, e il tema delle Metamorfosi, che rimarrà centrale in tutta la sua ricerca.

Fioritura, ferro e bronzo colorato, 1967

(qui scaricabile la scheda di approfondimento a cura di Luca Nicoletti)

Quello degli anni Sessanta è un Cavaliere maturo, che inizia ad esplorare il tema delle vegetazioni e della natura, e in cui convivono gli opposti: la vita (i frutti maturi) e la morte (i rami secchi che escono dalle gabbie). Del 1964 è la mostra Arbres (Alberi) alla Galleria Schwarz, che diventerà per lui un riferimento molto importante sul mercato. La natura “fiorisce rigogliosa intorno alle sculture, quando non ne fa addirittura parte”****. Utilizza alberi, cespugli, frutti, radici, rami e si ispira al “De rerum natura” di Lucrezio e al naturalismo filosofico di Tommaso Campanella. Fioritura è in ferro e bronzo colorato, un materiale più pregiato rispetto alla terra refrattaria dei Contadini, elaborato con la tecnica della cera persa.

 

* Arturo Schwarz, Alik cavaliere – Poeta, filosofo, umanista e scultore, anche (quasi una biografia), Electa

** vedi scheda di L. P. Nicoletti

*** Cit. dal filmato di Raffaele Andreassi "Alik Cavaliere scultore" https://www.youtube.com/watch?v=ZGWdavd9Z2k

**** Cit. Fania Cavaliere in storiemilanesi.org


Ritratto del padre Antonietta Raphael

Antonietta Raphaël Mafai, i ritratti dei genitori

Il rilancio sul mercato di una grande artista del Novecento italiano.

Ritratto del padre (1932, olio su tavola, 43 x 28) e Ritratto della madre 1932, (olio su tavola, 42,5 x 29), sono pitture su tavola acquisite dai Copetti direttamente dagli eredi di Antonietta Raphaël. Hanno una ricca bibliografia e un lungo elenco di esposizioni (vedi schede bio-bibliografiche di Alessandra Imbellone), di cui le ultime nel 2019, nello stand di Copetti Antiquari: MIART, nella sezione "Decades" dedicata alla storia dell'arte del Novecento, insieme ad una selezione di dipinti e sculture in gesso e bronzo, e al BIAF di Firenze.

Un interesse, quello dei Copetti che ha preceduto la rivalutazione della scultura femminile del Novecento e dell’opera della Raphaël.

Perché Antonietta Raphaël?

La scelta dei Copetti parte dal loro gusto e da sensibilità personali, non segue le mode, e rientra nel filone di riscoperta di grandi autori del passato, a cui “togliere la polvere”. Nel caso della Raphaël è un’operazione a lungo termine, che vuole fare ordine, rivalutare il nucleo originale della scultura, quello dei gessi e bronzi degli anni Trenta e Quaranta, separandolo dalle fusioni in bronzo tarde (anni Sessanta e Settanta) e postume, affluite nel mercato negli ultimi anni di vita e successivamente.

Antonietta Raphaël è una delle maggiori artiste del Novecento. Oltre ai ritratti dei genitori i Copetti hanno acquisito nel tempo quello che – poco per la verità - era ancora presente sul mercato: sculture in bronzo (“Ritratto di Guttuso” del 1942, “Niobe” del 1938), gessi patinati propedeutici alle fusioni in bronzo (“La Genesi”, che figura nella copertina dell’ultimo catalogo ragionato a cura di Appella) e alcuni dipinti. Opere archiviate al Centro Studi Mafai Raphaël, che provengono in parte dalle collezioni personali delle figlie di Antonietta.

I ritratti dei genitori sono tra le opere più significative.

Ritratto della madre di Antonietta RaphaelI RITRATTI DEI GENITORI

Disegni e sculture ruotano spesso intorno alla figura femminile e alla maternità, tema iconografico coltivato nel corso degli anni.

«È un’onda di maternità che invade la pittura e la scultura.» Enrico Ragghianti *

Antonietta Raphaël, dipinge i ritratti dei genitori, il rabbino Simon e di Katia Horowitz, probabilmente a Londra (lo riporta una scritta autografa sul retro dei quadri) nel 1932, sulle ante di legno di un armadio, e li riprende entrambi nel 1958. All’epoca i genitori erano entrambi morti da diversi anni, e Antonietta utilizza, come lei stessa racconta, due fotografie del 1902.

A Parigi i Mafai - Antonietta, Mario e le tre figlie Maria Raffaella (Miriam), Simona e Giulia - giungono nel 1930 lasciando la casa romana di via Cavour, pochi mesi dopo la nascita della terzogenita. Qui si trattengono per quasi quattro anni in cui la Raphaël viaggia tra Parigi e Londra, e inizia ad interessarsi alla scultura.

Fatale era stato qualche anno prima l’incontro – sempre a Londra - con Jacob Epstein, ma forse c’era anche il bisogno di differenziarsi da Mario Mafai, anch’egli pittore. "È difficile per due pittori vivere insieme, ci siamo entrambi criticati".

Dopo un lungo periodo in cui scelse la scultura, con un proprio personale linguaggio, un primitivismo pieno e sentito, ritornò a dipingere. “Se io ho dipinto dei bei quadri nel 1928, non c'è ragione perché non potrei dipingere dei bei quadri ora.Ti pare?” Lettera alla figlia ****

Ritratto del padre Antonietta RaphaelANTONIETTA RAPHAEL PROTAGONISTA DEI CIRCOLI CULTURALI EUROPEI

1895 - Scultrice e pittrice di origini ebraiche, Antonietta Raphael nasce a Kovno, in Lituania, forse nel 1895 (la data è incerta).

1905 – Dopo la morte del padre raggiunge a Londra i fratelli sarti insieme alla madre. Qui studia pianoforte, si diploma alla Royal Academy of Music, ricama e impartisce lezioni di piano per vivere. Conosce lo scultore Jacob Epstein (1880-1959) e nel 1918 inizia a disegnare.

1924 - Dopo la morte della madre nel 1919 rimane a Londra qualche anno, poi si trasferisce a Parigi e nel ‘24 arriva a Roma dove si iscrive all'Accademia di Belle Arti e incontra Mario Mafai, a cui resterà legata tutta la vita. Intorno al 1927 dal rapporto tra Scipione, Mafai, Raphael e Mazzacurati nasce la corrente neo-espressionista battezzata da Longhi «Scuola di via Cavour». La pittura della Raphaël ha vivida immaginazione, una tavolozza brillante, tonalità calde, colori fauvisti: nel ritorno all’ordine tiene in piedi una corrente espressionista. Nel 1929 le prime mostre rilevano un “sapore prettamente russo della sua pittura, tendente all'arabesco di gusto arcaico e popolaresco, oltre che il respiro internazionale e la portata innovatrice.” (C. Pavolini, A. Francini).

"Si tratta di una eccezionale sensibilità coloristica, tendente a sistemarsi in una grazia decorativa d’arabesco lineare. Questa artista avverte nelle cose, nei terreni, nei cieli, negli uomini, una ricchezza tale di gamme, di passaggi del tono, che il tessuto della sua pittura ne acquista una varietà sempre nuova." C. Pavolini ***

Il dopoguerra –  Partecipa a mostre importanti: Galleria Barbaroux nel 1947, Quadriennale di Roma nel 1948 e Biennale di Venezia (1948, 1950,1952 e 1954). Nel 1960 viene pubblicata la prima monografia e il Centro Culturale Olivetti le dedica un’antologica. Nel 1956 espone in Cina con altri artisti e poi al Cairo, Teheran, Lisbona, Colonia, Budapest, Buenos Aires, Messico, Hakone.

Negli anni Settanta realizza la fusione delle sue sculture in gesso e dipinge grandi tele con temi biblici. Muore a Roma nel 1975.

 

* presentazione alla GAM, Palermo, 2018 di Antonietta Raphaël. Catalogo generale della scultura a cura di Giuseppe Appella https://www.youtube.com/watch?v=KB77W4CrPEQ

** Intervista a Giulia Mafai a cura di Ludmilla Bianco YouTube: https://www.youtube.com/watch?v=ABvrf-oytss

*** C. Pavolini, Mostre romane. Antonietta Raphaël, in Il Tevere, Roma, 14 giugno 1929

**** Lettera alla figlia Giugiù, ottobre ’54


L’arte oltre il museo. Mario Negri alla Braida Copetti

Alle porte di Udine, nel Parco sculture Braida Copetti sono giunte tre sculture in bronzo di Mario Negri. Grande Grembo, Tutta una vita insieme (queste due direttamente dallo stand bolognese di Arte Fiera) e Gran personaggio, che, nell'ultima fortunata mostra milanese di Negri a Villa Necchi Campiglio, era collocata nel giardino esterno accanto alla piscina.

Mario Negri nel parco sculture Braida Copetti
Grande Grembo nella Braida Copetti. Bronzo, 1975 - 1977, catalogo generale n. 300

I PARCHI SCULTURA

Crescono di numero in Italia e nel mondo i Parchi scultura. Luoghi che uniscono il godimento dell’arte a quello della natura. Percorsi nel verde che sono per prima cosa esperienze. “Teatri del bello”, dove l’arte si guarda, si respira, si vive. Attuali sì, ma di lunga tradizione.

Nei Parchi scultura l’arte si fruisce senza barriere visive e architettoniche che chiudono lo sguardo, senza luci artificiali. Gli spazi aperti incoraggiano l’avvicinamento e l’esplorazione delle sculture. E, per paradosso, ne amplificano la forza espressiva, come nel caso di Negri.

Cosa ne avrebbe pensato Negri di queste sculture esposte all’aperto?

«Così deve essere la scultura, presente nell’armonia della natura, modello di quell’ordine vivo e fecondo, punto di elevazione. Ma non riusciremo mai a fare una scultura così bella.» Mario Negri

LA BRAIDA COPETTI

La Braida Copetti è una delle più significative esperienze di arte ambientale proposte in Italia negli ultimi tempi, che ha lasciato nel territorio un’impronta permanente e indelebile. Talvolta i Parchi nascono dalla fantasia e dalla creatività degli artisti stessi (vedi il caso del Giardino Sonoro di Pinuccio Sciola, quello di Daniel Spoerri o della fondazione Rossini, solo per citarne alcuni), altre volte dai collezionisti o dai mercanti d’arte.

I Copetti hanno realizzato e poi aperto al pubblico il parco alle porte di Udine nel 2018. Nella Braida le sculture di grandi dimensioni e diversi materiali, di artisti del XX secolo e contemporanei, sono inserite nel paesaggio campestre. Il frutteto, la vigna, il roccolo, le recinzioni in carpino, il viale di gelsi (elementi tipici della braida friulana, da qui il nome) diventano confini, delimitano i percorsi, accompagnano lo sguardo. Lungo il percorso le opere si relazionano con modalità nuove e inaspettate. Ben rappresentato è il Friuli Venezia Giulia con i suoi massimi esponenti del ‘900 (Mirko Basaldella, Marcello Mascherini, Luciano Ceschia), e i contemporanei (Nane Zavagno, Angelo Brugnera, Gianpietro Carlesso); ma non mancano grandi nomi italiani e internazionali (Giacomo Manzù, Dusan Dzamonja, Raphael Beil, Pino Castagna, Maria Papa), ai quali si aggiunge ora Mario Negri.

Mario Negri scultura in bronzo 1973
Mario Negri, Tutta una vita insieme, scultura in bronzo, 1973

MARIO NEGRI: I GRANDI BRONZI

«Convinto che la figura umana sia la protagonista di tutta la storia della scultura, Negri si è dedicato con estremo rigore e indefessa continuità a questo tema, esplorandolo nelle sue molteplici possibilità.» Anna Finocchi *

Grande Grembo, 1975 - 1977 (catalogo generale n. 300) e Gran personaggio, 1986-87 (n. 374) fanno parte dei grandi bronzi realizzati da Mario Negri tra il 1957 e il 1987. Tutta una vita insieme è del 1973. Le sculture, previste in tre esemplari, furono scelte dall’artista per l’antologica di Palazzo tè a Mantova, che ebbe luogo poche settimane dopo la sua improvvisa scomparsa nel 1987. Gran personaggio, è l’ultima opera realizzata, e per questo assume il valore di testamento spirituale che sintetizza molti dei temi formali della sua scultura.

Il parco Braida Copetti a Leproso di Premariacco (UD) è visitabile previa prenotazione. Per approfondimenti: clicca qui  

*Mario Negri. Catalogo delle sculture, a cura di A. FINOCCHI, Milano 1995


Copetti scultura moderna Milano

Bologna, il dopo Fiera e i nuovi progetti.

La Fiera mercato più longeva d’Italia chiude i battenti con un successo di numeri e di pubblico, anche per Copetti Antiquari che si confermano un punto di riferimento per il settore della scultura del Novecento.

«Uno dei complimenti più belli? Quando collezionisti, pubblico e addetti ai lavori individuano in noi sia un filone riconoscibile che la coerenza dei nostri progetti. Elementi che ci distinguono nel mercato dell’arte moderna.» Massimo Copetti

Grande Grembo di Mario Negri ad Arte Fiera stand Copetti

 

Ad Arte Fiera 2020, Copetti Antiquari hanno scelto di essere rappresentati da Pinuccio Sciola e Mario Negri, due scultori - gestiti in esclusiva - estranei da tendenze e meccanismi di mercato e rilanciati a Bologna sulla scia di recenti successi espositivi. Sciola sarà in mostra fino al 5 marzo prossimo a Londra (qui l’articolo di approfondimento) e Mario Negri è reduce dalla fortunata mostra a Villa Necchi Campiglio, prolungata e poi chiusa gli stessi giorni di Arte Fiera. Ne abbiamo parlato qui.

E la scelta, forse difficile, ha dato loro ragione.

Lo stand, ricercato nelle forme e nei colori, e giocato sui toni del grigio, ha puntato sulla qualità. Lo spazio misurato ha esaltato alla fine il dialogo tra le opere dei due scultori, che sono rimaste le assolute protagoniste. «Rispetto alle fiere di arte moderna, in quelle di antiquariato è solitamente più diffusa la tendenza a personalizzare lo spazio espositivo. In un certo senso, qui è proprio la nostra natura di antiquari ad emergere.»  - afferma Giorgio Copetti, fondatore e direttore della Galleria.

Pinuccio Sciola a Bologna Arte Fiera

Lo stand ha avuto grande successo tra appassionati e collezionisti. Tra le sculture, alcuni pezzi da novanta come il Grande grembo o Tutta la vita insieme (citato nell’articolo di ArtsLife), le inedite Città future e un rarissimo crocifisso ligneo di fine anni Sessanta di Sciola. Scelte che non seguono logiche di mercato ma passione autentica, supportate da studi e ricerche, e che alla fine convincono. Non solo per entrambi gli artisti seguirà la pubblicazione di cataloghi delle opere portate in Fiera, a firma di Luca Nicoletti (curatore già del catalogo Mario Negri scultore a Milano) e di Giulia Pilloni (studiosa di Sciola), ma proprio in virtù dell’attenzione e dell’interesse che hanno suscitato in occasione di questa “riscoperta”, i due autori saranno sicuramente proiettati, nei mesi a venire, a ricoprire un ruolo sempre più significativo sul mercato.

Milano è la città in cui si colloca l’immediato futuro di Copetti Antiquari. Da Arte Fiera a Miart, in aprile, nella sezione Established Masters, tra le 50 gallerie specializzate nella valorizzazione dell’arte moderna italiana e straniera; e sempre a Milano con l’apertura di un nuovo spazio, un progetto spettacolare di cui a breve parleremo.

Stay Tuned!


Pinuccio Sciola pietre sonore stand Copetti Antiquari ArteFiera

Pietre sonore e Città future ad Arte Fiera 2020

Il prossimo appuntamento con Arte Fiera a Bologna, svelerà le "Città future" di Pinuccio Sciola, sculture inedite che troveranno posto accanto alle più note "Pietre Sonore" da Copetti Antiquari. Ma la sorpresa è nello stesso progetto: per la prima volta uno stand sarà centrato sulla figura di Sciola. Un’esposizione, dunque, per molti motivi da non perdere.

Pinuccio Sciola stand Copetti Antiquari Bologna
Pinuccio Sciola al lavoro, credit photo ©Attila Kleb

Nelle fiere dedicate all’arte Pinuccio Sciola è un inedito, e intorno a lui in questo momento c’è un grande fermento. Per questo la sua presenza ad Arte Fiera con un progetto definito, che è un piccolo compendio della sua arte, è particolarmente significativa. Sculture in basalto e in pietra che dopo essere tagliate, scolpite, levigate, sono forti (cioè di una grande forza comunicativa) e fragili al tempo stesso. Pietre inerti che per primo Sciola ebbe l’idea di “animare”. «Le Pietre sonore hanno un effetto terapeutico, quello di un viaggio mistico che dai suoni dell’universo ci riporta indietro risvegliando in noi suoni dimenticati come quando nuotavamo nella placenta.» – dice Maria Sciola.

C’è un patto tra Pinuccio Sciola e le pietre di Sardegna tant’è vero che assomigliano l’uno alle altre come due gocce d’acqua. Dev’essere la ragione per cui le pietre si lasciano fare di tutto, da lui: tagliare, perforare, frammentare. Riesce persino a farle suonare. Renzo Piano

L’esposizione prevede una dozzina di opere, in vendita: una selezione di Pietre Sonore, che incarnano il rapporto natura-città e dove è forte il legame con l’architettura, e le inedite Città future, opere in basalto che si sviluppano su base orizzontale. «Le città future denotano lo sguardo attento verso l’utopia di una civiltà dove, nonostante le guerre, i dolori e le divergenze, si guarda avanti, verso l’alto.» spiega Maria Sciola. La presenza a Bologna diventa quindi ancora più importante. Per le Città future, Arte Fiera sarà una delle prime esposizioni pubbliche.

Pinuccio Sciola sculture Città future
Città future, pietra, 2010 circa

Ad Arte Fiera, Pinuccio Sciola e Mario Negri condivideranno lo spazio nello stand di Copetti Antiquari (l'abbiamo raccontato qui). Anche se per qualche tempo coevi, non si conobbero; ebbero vite ed esperienze diverse ed entrambi stanno suscitando un rinnovato interesse da parte di collezionisti ed istituzioni museali. Due autori scelti perchè “capaci entrambi di emozionare”, poco presenti sul mercato dell’arte e difficili da reperire.

Siamo innamorati del suo linguaggio arcaico dei monoliti di Sciola. Abbinarlo a Negri è una scommessa. Questi due autori nel mercato sono difficili da reperire, due stelle affermate nel mondo dell’arte ma semi-inediti nel mercato. Massimo Copetti

Pinuccio Sciola e le Pietre Sonore a Bologna
Maria Sciola e le Pietre sonore del padre. Credit photo: Ettore Cavalli

Penso che la profonda umanità ed il rispetto per la materia oltre ad una innata sensibilità per le radici ed il futuro siano i fattori che più legano Mario Negri e Pinuccio Sciola. Maria Sciola

In questo momento le opere di questo grande sculture sardo si possono vedere nel Parco scultura Braida Copetti, a Leproso di Premariacco (UD), a Londra presso l’Istituto Italiano di Cultura (The Sound Between - Sounding Stones by Pinuccio Sciola fino al 6 marzo), e naturalmente nel Giardino Sonoro a San Sperate, suo paese natale. Non mancano nuovi progetti, nuovi traguardi, sfide ambiziose, sia da parte di Copetti Antiquari, a cui l’artista è affidato in esclusiva, sia da parte dei figli Maria, Chiara e Tomaso. Come ha detto Maria: «Penso che nostro padre sia immensamente grato di sapere che i suoi figli sono uniti nel portar avanti la sua filosofia di vita. Ha reso la sua arte capace di parlare tutte le lingue, con tutte le culture del mondo. Il nostro intento è che il mondo conosca e sappia che è esistito un artista visionario con una spiccata e innata sensibilità per la natura e per le persone.»